
"...dopo 24 anni ti rendi conto che la storia che devi raccontare non appartiene più
solo alla tua vita, ma a quella di intere generazioni che, da anni, seguono la "musica
alternativa". E allora la penna scorre più facilmente sul foglio."
Ecco, dalle parole di Mario Bortoluzzi, un estratto della storia della Compagnia
dell'Anello, un racconto che parte da lontano, dagli anni della contestazione giovanile
e della ghettizzazione della destra italiana. E' una storia fatta di movimenti, lotte e
ideologie, ma soprattutto è fatta di uomini. Persone normali con ideali che, in quel
tempo tormentato, erano considerati reati a tutti gli effetti, e quindi repressi e
perseguitati. Persone di tutti i giorni, tormentate e maltrattate, a volte vittime e
carnefici allo stesso tempo, ma per cosa? Cosa li univa? Cosa li incoraggiava a
proseguire sulla loro strada? Forse,tra le tante idee, Il Canto.
"Si cantava nelle sedi assediate, nei pochi cortei strappati all’autorizzazione
della polizia e in quelli spontanei, durante i volantinaggi e prima dei duri contrasti
con gli avversari. Forse inconsapevolmente ma, di fatto, ripetendo il rito antico dei
militi di ogni tempo che nel canto trovavano il momento di unificazione nella vittoria
come nelle avversità" - Racconta ancora Mario Bortoluzzi nella biografia della
Band.
Bortoluzzi è uno di quelli che in quelle sedi c'era, uno di quelli che quei momenti di
repressione li ha vissuti, ma da essi è riuscito a trarre la forza e le motivazioni per
dar voce ad una parte d'Italia celata. Intorno ai fuochi dei Campi Hobbit, famigerati
ritrovi conviviali della destra, nasceva così la "Compagnia dell'Anello", già "Gruppo
padovano di protesta Nazionale", sull'onda dell'ardore derivante dalla recente (1970)
pubblicazione in Italia del capolavoro del maestro J.R.R. Tolkien. "La giovane
destra italiana si identificò subito con l'universo tolkieniano, che parlava di valori
perenni da sempre vicini alla cultura antimaterialista, e così facendo, si appropriò di
strumenti espressivi e simbolici in grado di far uscire la nostra generazione dal
ghetto della retorica neofascista."
Era il 1977, e la band, attiva da ormai tre anni, trovò il suo palco più congeniale
davanti alle platee di questi ritrovi. Ben presto, concerto dopo concerto, i brani
della CdA divennero veri e propri Inni. Lo stesso Mario commenta così sul Campo Hobbit
III:"Sotto un immenso planetario di stelle si levarono le note de "Il domani
appartiene a noi" che, cantato a squarciagola da migliaia di ragazzi, s’impose subito
come inno della giovane destra."
Nel 1983 esce il primo LP, "Terra di Thule", frutto di sei mesi di duro lavoro,
che, a sorpresa, ricevette pure una citazione da "Mamma Rai".
Menestrelli, cantautori, politici o semplicemente ribelli? La Compagnia
dell'Anello ha dimostrato di essere questo e ben altro. L'Ideale, lo stendardo che
ha sempre elevato aldilà dei significati prettamente musicali, l'ha tenuta fuori dal
giro musicale, da sempre. Fin dal 1983, anno di pubblicazione, dopo una lunga ed
intensa attività dal vivo, di questo "Terra di Thule". Poesia ed impegno sociale
, esperienze di vita ed antiche Tradizioni si mischiano nel calderone della band. Temi
antichi quanto l'uomo stesso, come nella canzone che dà il titolo al disco: una
commovente ballata folk di pianoforte, in cui Bortoluzzi esprime la sua anima
trobadorica narrando la storia di un giovane guerriero e della sua caduta sul campo di
battaglia, tra emozionanti vertici di epos. "Pensando ad un amico" svecchia
subito la prima impressione, innescata da un synth che fa molto prog, e ci porta nei
cortei della destra settantiana. Poche, in questo disco, le tematiche prettamente
politiche. La CdA preferisce lasciarci cullare dall'arcaica dolcezza di
"Nascita", o dal sapore tipicamente medievale di "Il Costume del Cervo
bianco". L'inno all'organetto "Il domani appartiene a Noi", in origine una
cover, segna il punto di svolta dell'album. "Nanna Ninna" e "Sulla
Strada", infatti, sono di stampo molto più cantautorale (chitarre lievi e melodie
orecchiabili), la lunga "Fiaba" strizza l'occhio a De Andrè, anche se la
branduardesca "Il contadino, il monaco, il guerriero" riassume quella concezione
romantica della società feudale che tanto fece discutere gli storici politicizzati.
Come visto, gli spunti sono molti, per chi ama la storia, chi ha il cuore smosso da
impeti ideali o chi solo desidera un pò di buona musica. Alla fine, di "alternativa"
rimane solo la forte spinta di ideali scomodi allora come oggi.
Poi, per anni, più nulla. O meglio, niente di "inciso", ma si moltiplicarono le
partecipazioni e gli inviti a cui dovette presenziare la CdA.
Nel 1990, finalmente, il secondo capitolo della saga venne alla luce. "In Rotta per
Bisanzio" manteneva le coordinate del precedente (seppur ormai vecchio) LP, ma
introduceva elementi di distinzione e una maggiore caratterizzazione dal sapore
medievale. Insomma, l'amore per il Romanticismo non si era affatto spento.

IN ROTTA PER BISANZIO
Il prog (virtuose tastiere sugli scudi!), la musica cantautorale degli anni 70, l'amore
per il medioevo e le sonorità celtiche sono gli elementi che vanno a comporre questo
piacevole viaggio verso l'oriente.
Sono i sintetizzatori della strumentale "Al Largo della Laguna" a farci spiegare
le vele al vento: l'animo si scalda immaginando acque cristalline e splendenti di sole,
ma permea la musica una certa inquetudine, il mistero di ciò che potrebbe o non
potrebbe accadere.
A seguire le medioevalissime "In Rotta per Bisanzio"-"Canto di un Cavaliere
errante", canzoni su epoche lontane di cui certi metallari si innamoreranno da
subito. Della prima epico il chorus gregoriano e stupenda la melodia del flauto, la
seconda è forte di un testo da menestrello-guerriero che canta dell'amore lontano
("...e noi cavalieri fedeli d'amore per il Re e per Iddio sapremo pugnar).
La malinconica "Gahel" si lascia alle spalle solo in parte il medioevo, e gioca
su una struggente accoppiata di piano e voce prima di lasciar spazio alla spartiacque
"Lhasa", strumentale piazzata a metà disco per riportare in primo piano la luce
della speranza.
"La Nave" è tastierosamente allegra (già si vede la terra all'orizzonte?), ma
forse è poco interessante per orecchie come le nostre, mentre la politicizzata e
commovente "Anni di Porfido" ci catturerà immergendoci nelle battaglie della
destra settantianta, tra cortei e libri di Tollkien.
Simpatico l'elogio alla montagna, tema caro al gruppo, di "Giornate di
Settembre".
E siamo in porto e si approda trionfalmente accolti: "Bag Pipe March" è sola
cornamusa scozzese per far ribollire il sangue nelle nostre celtiche vene.
Con la fine delle lotte, sembra spegnersi anche l'eco della voce della CdA.
Bisogna attendere fino al 2004 per vedere una nuova uscita, e con essa, le ristampe in
formato Compact Disc dei primi due LP.
Esce dunque "Di là dall'acqua", album maturo e scevro delle visioni giovanili,
ma ancora legato alla Tradizione di un'idea mai abbandonata.

DI LA' DALL'ACQUA
Si sente una certa determinazione in questo come-back dopo più di un decennio di
silenzio. Si sente la voglia di far sentire la propria voce come e più di prima.
Apre le danze l’appicicosissima "Di là dall’Acqua", canzone che vi ritroverete a
cantare fin da subito e che parla dell’italianità dimenticata di Istria e Dalmazia.
Assolutamente da leggere il testo ragazzi…
"Il Volo del Falco", riproposizione del tema della montagna come distacco dalle
piccolezze umane, passa senza intoppi, ma ciò che rimane sono solo le melodie del
violino. Chitarre (rigorosamente non elettriche kids!) al centro nella sostenuta
"Millo", il cui testo verte sull’affetto per un fratello, e la mirabile
strumentale celta "Pro Aquis": liquida come da titolo vi condurrà dal ruscello
al placido fiume….e alla battagliera "Addio a Perasto" che riporta alla ribalta
le tastiere e alla memoria la Serenissima.
"Dio che amavi" è forse l’episodio più fiacco dell’album perché piano e voce non
agitano l’animo come dovrebbero e danno vita ai pochi minuti di noia qui contenuti.
Noia totalmente spazzata via da "Madre Terra", la quale ci trastulla con un
testo ironico (“i geni del salmone piantati nella frutta”) ed una tradizionale celta
"coem base" vi scaraventa nel bel mezzo di un Irish Festival.
Sintetizzatori e cornamusa nel "Volo su Zara" vi fanno librare in un cielo terso
e aprono per il trittico finale: tra una fischiettabile "Incoronate" e una
branduardesca "Solstitium" è piazzato l’highlight del disco, "Anche se
tutti…noi no!", vero e proprio inno politico per chi non si vuole arrendere al
mercanteggio degli ideali.
Se site un minimo in sintonia col testo, in cui è il libero mercato il demonio da
respingere, piangerete lacrime di orgogliosa rabbia. Emozionante.
“Perché sai certe emozioni, specialmente se sincere, le conservi nella mente e
diventano bandiere.”

Intrinsecamente legati ad una visione politica e quasi propagandistica della Musica, la
CdA produsse in quegli anni di repressione alcune pagine importanti di "musica
alternativa", impiegando però quanto di più tradizionale potesse essere usato, tra
cornamuse, pianoforte ed una voce più da Trovatore che da cantante Rock. Un legame a
doppio filo quello con le ideologie, il quale forse non ha permesso al potenziale
solamente musicale della band di liberarsi totalmente. Ma per un gruppo che fa
dell'idea una bandiera, tutto ciò potranno sembrare solo banali parole di un finto
musicologo, fatto sta che Se "le radici profonde non gelano", forse è anche un pò
merito della Compagnia dell'Anello.
Articolo a cura di Luca "Darkblood" Chiappa e Marco "Guardian!" Lena
Foto tratte da www.compagniadellanello.net
Brani di interviste e citazioni tratti da www.compagniadellanello.net e www.destrasociale.org
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