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Buona lettura
Wacken Open Air 2004 @ Wacken (Germania)
articolo di: Guardian!
Nella vita di un uomo, ogni nuova esperienza lascia un segno, una traccia sul cammino dell'esistenza che rimane per sempre immutata, stendardo delle conoscenze acquisite. Ma nel cuore d'acciaio di un metallaro non può non rimanere impresso un solco profondo marchiato col fuoco della passione dopo aver visitato la terra santa del Metallo : il Wacken Open Air. Una ridente cittadina nel Nord della Germania, come ce ne sono tante, ma con quel qualcosa in più. Una sensazione che ti avvolge quando percorri la via principale, e guardandoti intorno non vedi altro che magliette nere, borchie e capelli lunghi. Un feeling caldo e amichevole, fatto di risate, urla e canti. Un feeling che ricompare quando, appena varcata la soglia, trovi un gruppetto di bambini, fra i 6 e i 10 anni, che alzano la mano con indice e mignolo tesi in segno di saluto, ed è in quel momento che ti senti davvero a casa. In questa aria di festa perenne che si respira a pieni polmoni nei campeggi, fra le bancarelle, tra i tavoli, che si svolge il più grande festival Metal europeo. Una manifestazione giunta alla quindicesima edizione in una continua scalata di successi e di apprezzamento del pubblico, giunto in gran quantità per festeggiare degnamente il compleanno del "teschio di vacca" più famoso del continente. Lasciando da parte gli Elogi per l'organizzazione logistica dell'evento, comunque sempre ben pagata, è inutile dire che chiunque si trovi gettato in quel girone d'inferno Metallico non provi un piacere immenso nel scoprire di trovarsi nel paradiso più adatto alla propria indole d'acciaio.


Day 1

Ambientatisi alle temperature (torride di giorno e fresche la notte) ed usanze locali, si parte la prima sera con un terzetto di sconosciuti o quasi che ha mandato in delirio il pubblico teutonico accorso. "A night to remember" viene chiamata dagli organizzatori questa serata e, sentendo ciò che raccontano i tedeschi, c'è molto da ricordare.Si esibiscono infatti tre band storiche. Bravi gli Zodiac Mindwarp, acclamati opener del festival. Viene il turno dei Motorhead, che propongono inossidabili classici come Motorhead, ma anche cover dei sex pistols che, cantate da lemmy, strappano pure qualche sorriso. Headliner della serata i Bohse Onkelz, osannata band germanica che propone un heavy metal classico e molto scontato.. gli autoctoni sembrano comunque apprezzare, sembra perchè questo sia l'ultimo concerto della carriera del gruppo.


Day 2

Il risveglio del secondo giorno segna il vero e proprio inizio del W:O:A. Il Sole impietoso rende incandescenti le tende e fuori il clima non lascia respirare.
Il primo pomeriggio si dedica al cazzeggio, ma da lontano giungono le note dei Cathedral... repertorio come al solito triste, e dunque riuscitissimo, ma che poco si confà con la temperatura e il clima di festa che aleggia nell'aere.

ARCH ENEMY

La prima band di vero interesse della giornata sono gli Arch Enemy. la formazione svedese si presenta sul palco carica di un'energia bollente e non si risparmia fin dall'inizio. Il pubblico, dopo le prime esitazioni, si lascia coinvolgere dallo show e si lancia nell'headbanging sfrenato. La voce di è assolutamente perfetta, potente e greve, il suono buono e il muro di chitarre massiccio. Poco tempo per gli svedesi che lasciano il posto ai brainstorm.

MAYHEM

Dopo un pò di riposo ci si rigetta nella mischia: è arrivata l'ora dei Mayhem. Il palco è allestito con le inevitabili teste di maiale impalate, una decina, microfoni attorniati da fiamme d'acciaio e scenografia scarna. I norvegesi entrano carichi per lo show e propongono una scaletta di tutto rispetto. Verranno eseguite, in ordine sparso, Pagan Fears, Funeral Fog (cantata da blasphemer), My death, Slaughter of dreams, Pure fucking armageddon, freezing moon, fall of seraphs, il tutto innaffiato dal sangue di Maniac che sgorga dalla mano tagliuzzata a dovere in un rigetto di fanatismo adolescenziale. L'ottima prova del cantante, migliore di quella su disco, viene un pò offuscata dal forzato teatrino degli orrori che probabilmente per contratto il singer deve allestire... e quindi via a teste di maiale lanciate sul pubblico, prime file schizzate di sangue, insulti e antipatie varie. Dopo aver imprecato contro il caldo e il sole, gli scandinavi lasciano il palco per far posto ad un classico evento di Wacken.

GRAVE DIGGER

Ormai ospiti graditi del W:O:A, i Grave Digger si dimostrano la solita macchina da concerto... Ad accoglierli, la folla teutonica in delirio che inneggia prima dell'inizio alla HIT "Rebellion". L'introduzione di Rheingold conduce proprio alla title track dell'ultimo lavoro che esplode potente dagli amplificatori. Un susseguirsi di successi scalda ancora di più l'audience, che non smette mai l'headbanging dalle note di The Grave Digger, passando per Excalibur, scotland united, knights of the cross, una travolgente Rebellion e nel finale una classicissima quanto apprezzata Heavy Metal Breakdown. Prova eccellente dei tedeschi che propongono anche brani meno famosi come "Son of Evil" e "the Battle of bannockburn", acclamate dal pubblico come veri e proprio regali di Boltendhal e compagni agli affezionati del festival.

DIO

Quando stai per assistere ad uno show di uno come Ronnie James Dio è difficile che tu possa immaginare cosa può essere proposto, proprio da un uomo che da 30 anni e passa è simbolo dell'Hard Rock e del Metal. Ed è proprio per questo che la serata è tutta sua. Il buon Ronnie non si lascia attendere e, afferrato il microfono, sprigiona una prova vocale assolutamente "divina".appunto. Non una stecca, non un suono, non una modulazione vocale errata, tutto perfetto. Ed è così, in una situazione di comunione emotiva col pubblico che il Folletto sforna un capolavoro dietro l'altro. Oltre alle incredibili "Don't talk to stranger" e "Holy diver", Dio si apre verso il passato, riportando alla luce brani leggendari come "Stargazer" e "Man on the silver mountain" dei rainbow e la formidabile "Heaven and Hell" di Sabbathiana memoria. Nel finale sorpresa anche per i TrueMetallers: l'apparizione di Joey De Maio sconvolge i fan dei ManowaR. Il leader della band in mutandoni di pelo è lì però per premiare Dio per la sua sfolgorante carriera. Esauriti gli inevitabili proclami inerenti al true metal of steel ecc ecc il Folletto conclude lo show fra un dilagante scroscìo di applausi.

DESTRUCTION

Nemmeno il tempo di degustare una Birra che sul black stage si presentano carichissimi i teutonici Destruction. La storica Thrash Band si lancia subito nel suo mestiere preferito: trasformare il pubblico in un groviglio di teste in movimento e furiosi poghi. Il repertorio offerto, nonostante la non eccezionale originalità del song writing, è sicuramente coinvolgente, lasciando spazio sia ai clasici degli anni '80 che alle nuove hit di Metal Discharge. Nel finale la sopresa è grande quando Peter tagtren e Abbath salgono sul palco per cantare l'ultima canzone. Applausi meritati per la sempre violenta Band tedesca che porta sempre alto il vessillo del Thrash Metal germanico.

WARLOCK

Quando mi chiedevo cosa avrebbe voluto dire "Metal Orchestra" sul running order non avrei potuto immaginare un tale sfoggio di originalità da parte degli headliner della serata. Ebbene sì, i Warlock si presentano al W:O:A 2004 accompagnati da un'intera orchestra sinfonica che per buona parte dello show la fa da padrone, riportando alla luce non solo classici del repertorio dei ritrovati Warlock, ma anche perle di Metal Classico rilette con un tocco di eleganza teatrale. E dunque via libera alla potenza e al calore della voce della ancora piacente Doro che, accompagnata anche da Blaze Bayley, ripercorre storici brani come "the trooper", "man on the edge", "fear of the Dark" in omaggio alla vergine di ferro, ma anche hit quali "breakin' the law". Un concerto-tributo ai vecchi Dei del MEtallo, illuminato dalla sacralità di un orchestra in piena regola e dalla presenza scenica di una Doro più in forma che mai. Da sottolineare la bravura di Blaze sia come cantante sia come frontman, onesto ma poco considerato leader della band omonima.

AMON AMARTH

Mentre gli amanti del Metal "di una volta" se ne vanno appagati, alle 2 di notte giunge l'ora degli Amon Amarth. Un concerto dei suddetti non è semplicemente uno show, è letteralmente un massacro la cui colonna sonora è la temibile voce di johann Hegg. Fin dalle prime note la band svedese sembra acquisire il ruolo di cerimoniere di un grande rito collettivo, come degli dei che dall'alto osservano i mortali lottare in una grande battaglia con fare maestoso. Corno al fianco e petto rigorosamente nudo, Hegg annuncia un capolavoro dietro l'altro, pescando soprattutto da Versus the World, con "Death in fire" urlata a squarciagola dal pubblico, con la title track, con "where silent gods stand guard", ma attingendo anche al passato con "Victorious march". Il combo vikingo propone anche una canzone del nuovo album di prossima uscita "Fate of Norns". Il Brano "Fate of the vikings" è in pieno stile Amon Amarth, riff ampi e avvolgenti, cadenzati ma adatti anche alle sfuriate vocali del barbuto singer. Tra headbanging sfrenato, birra e invocazioni agli Dei si snoda e infine si conclude il maestoso show degli Svedesi, che non eccellono in mobilità o dinamicità sul palco, ma grazie alla loro musica e alla loro presenza incutono una sorta di timore riverenziale, un appello all'onore e alla fierezza espressa dalla loro musica.


DAY 3

Gira che ti rigira, o meglio, bevi che ribevi, sorge repentina l'alba del terzo ed ultimo giorno di concerti. La scaletta degli impegni è impressionante, e si preannuncia una giornata incandescente. Un giro in paese a rifornirsi di bevande, salutando con le corna i bambini di Wacken che rispondono sorridenti al saluto, e poi si torna nella bolgia infernale in cui si era trasformata la zona concerti. Superato lo strato di immondizia all'ingresso ci si appresta a seguire il primo show della giornata. Buoni i Bal Sagoth, ma il pezzo forte arriva coi Death Angel.

DEATH ANGEL

Non avrei mai creduto che una band da non molto riformatasi possa sprigionare una tale energia sul palco. Immaginate la scena: Sono le 12.35, e sulla distesa assolata di Wacken la temperatura si aggira sui 34 gradi all'ombra, ma di ombra non ce n'è! Quando si pensa oramai alla scontata insolazione salgono sul True Metal Stage i Thrashers filippineggianti. E come una fiamma improvvisa, il gruppo riesce ad infuocare inaspettamente l'ambiente. Molti pezzi dal nuovo album ma anche qualche ritorno ai classici di gioventù come "The Ultra Violence" scatenano il pubblico che si lascia trascinare dal massacrante lavoro di Mark e compagni, precisi e potenti e pregni di un feeling fottutamente Thrash. Nonostante il poco tempo concesso lo spettacolo risulta equilibrato e ricco di picchi positivi. Finale tra gli applausi e inchino doveroso della band al Wacken che ha tributato il dovuto onore a questi maghi del Thrash Metal.

ANTHRAX

Credere che gli Anthrax rappresentino ciò che nell'immaginario collettivo significa il Thrash di vecchia scuola è sicuramente ingannevole. Perchè la Band di New York, rivoluzionata negli anni nei nomi ma non nell'italo-americanismo, oggi è qualcosa di molto diverso dagli stereotipi del genere. Ed è ciò che vuole mostrare al pubblico europeo. Già dalle prime note si può capire che non ci sarà spazio per il passato remoto. Gli Anthrax sono proiettati nel presente e vogliono far avvertire al Wacken la loro presenza con uno show davvero convincente. Buone le chitarre, manca forse un supporto più tecnico dal lato ritmico, ma i meccanismi oliati dello spettacolo girano perfettamente quando John Bush, singer dall'aspetto taurino, sfodera una prova vocale di potenza e incita la gente all'headbanging più sfrenato. L'apice della prova degli statunitensi è raggiunto con la corale Anti social intonata a gran voce dal pubblico, che conclude applaudendo la divertente e spensierata prestazione degli Anthrax.

NEVERMORE

Quando si vede un gruppo più di una volta, si spera che la nuova prestazione sia sempre migliore della precedente, o almeno, è possibile avere un metro di giudizio per riuscire a sviscerare i pro e i contro di uno show. Con i Nevermore il discorso si fa più complicato. Perchè gli Statunitensi, nonostante ci mettano tutta la propria volontà, non riescono mai a convincere davvero dal vivo. Tralasciando la solita ubriachezza molesta (almeno per la prestazione vocale) di un Warrel Dane in una delle sue giornate peggiori, il resto della Band non riesce ad esprimere ciò che non aveva potuto fare nemmno al Gods of Metal 2004 a causa di un sound check orribile. Le canzoni, che non perdono dell'impatto espresso pure su disco, a olte risultano imprecise, e forse nemmeno a vantaggio di una maggiore violenza visiva e sonora, ma semplicemente sembra che i Nevermore prendano il loro lavoro "troppo alla leggera". La scaletta comunque si dipana tra i classici "the river dragon has come", "Inside four walls", con un occhio di riguardo particolare all'ultimo "Enemies of reality". Purtroppo il meno ispirato sembra proprio Dane che tra un rischio di caduta e l'altro lascia il pubblico un pò deluso. Nonostante tutto i pezzi richiamano comunque gente e i cori sui ritornelli più famosi riescono a coprire qualche mancanza. Purtroppo lo spettacolo finisce lasciando l'amarezza e la voglia di poter un giorno vedere uno spettacolo degno del calibro di una Band come i Nevermore.

HELLOWEEN

Per gli Helloween partecipare a Wacken è come giocare in casa: la band teutonica è fra le più acclamate e seguite. E di certo non delude. Il feeling Happy delle zucche non si disperde mai, e nel poco tempo a disposizione, sfornano una serie di capolavori che strizzano l'occhio al passato più glorioso della Band. E assistiamo così Deris farsi personale interprete di ambiziosi brani come "Keeper of the seven keys", suonato per la sua interezza davanti ad un pubblico più che meravigliato. La voce del singer non è certo quella di Kiske, ma quando va in alto il corpulento frontman riesce a far bene. Peccato per i toni medi. Lo show continua con Dr. Stein, Eagle fly free, if i could fly e altre hits. Ma il culmine dell'emozione arriva nel sospirato momento in cui fa il suo ingresso il mastermind dei gammaray Kai Hansen con l'inseparabile ESP rossa. Forte di tre chitarre il gruppo si lancia nella storia How many tears, con Hansen che canta il refrain con i suoi ex compagni e dimostra un otttimo feeling con Weikath, dimenticando i passati scontenti. Nel finale non può mancare la celebrativa "Future World" che coinvolge tutto il pubblico e diventa, oltre ad un inno del passato, una speranza per il futuro degli Helloween, degno del loro nome.

CHILDREN OF BODOM

Quando è la volta dei Children of Bodom il pubblico è già caldo ed eccitato. Forse fin troppo. Dico troppo perchè all'entrata in scena dei finalndesi scoppia il macello. Se i più scettici vedono i finnici come una copia degli stratovarius senza spina dorsale, dovrebbero assistere ad un loro show dal vivo. Riff ultraveloci e brani resi molto più aggressivi infiammano le prime file. I suoni migliorano di nota in nota e finalmente raggiungono un grado superiore. Lo spettacolo si snoda tra grandi classici tratti da hatebreeder e da Hate crew deathroll, con solo un paio di spunti da Follow the reaper e da Something Wild. Ma il filo conduttore resta comunque il movimento, l'azione, il divertimento. Non bastassero i poghi furioso che scattano in ogni dove, cominciano a formarsi strati di persone che si godono lo stage diving (sto parlando di decine alla volta) con buona pace di Alexi e compagni che lodano l'operato del pubblico. Nonostante i soliti stereotipi del "fuck you" i CoB sono una macchina da spettacolo e dal vivo sanno il fatto loro. La prova delle chitarre è fenomenale, sia tecnicamente che in quanto a spettacolarità. Un pò deludente il tastierista, non certo aiutato dal suono che stenta a trovare equilibrio per buona parte dello show. C'è poco però da criticare dal punto di vista del metallaro medio: un'ora netta dedicata all'headbanging sfrenato e al divertimento con un unico momento di riposo, in cui realmente molti si sono fermati a riprendersi quasi confusi da tale furore, cioè quando viene suonata la lenta "everytime i die". "No rest for the wicked" (come viene a sua volta citato da una pubblicità di un noto drink) e il finale esplode della martellante "Warheart" che trasforma l'area in un vero e proprio massacro, tributo violento allo show dei CoB.

SAXON

I Saxon sono uno di quei gruppi imprescindibili, quelle band che un metallaro deve aver visto almeno una volta nella vita. Sono oramai entrati nell'olimpo di quei gruppi che hanno plasmato la storia del Metallo Pesante, e ne sono ancora valorosi alfieri nonostante gli acciacchi dell'età. Una lunga carriera che non sembra però farsi sentire al momento dell'entrata in scena degli inglesi. Tensione alle stelle ed esplosione di chitarre che riportano il pubblico indietro ai gloriosi anni d'oro dell'Heavy Metal, quando il riff aveva ancora mille forme da scoprire e le band riuscivano a non copiarsi le une con le altre, quando ogni disco portava un'innovazione. Così lo stagionato quintetto spreme le energie del pubblico passando da Capolavori come "747 Strangers in the night" alla temibile "Princess of the night", solcando le rotte del passato con "Crusader" e "Denim and Leather". Uno show che si arricchisce nel finale della presenza di organizzatori del Wacken che salgono sul palco sostituendo uno per volta i membri dei Saxon, contenti di poter coinvolgere tutti quanti nel grande spettacolo che è un loro show. Finale colorato con fuochi d'artificio che segnano il viaggio attraverso l'oscurità che attende gli avventurieri in terra teutonica.

SATYRICON & NOCTURNO CULTO

L'attesa si fa snervante ed ogni minuto sempre più lungo. La sensazione, fino dal sound check, è quella di partecipare ad un evento musicale storico. La messa a punto della strumentazione è puntigliosa e impreziosita della presenza sul palco di Frost che, nell'aggiustare i suoni del suo rispettabile drum set, da prova al pubblico di essere in serata di grande ispirazione. Si fa buio sul palco. L'aquila, nel simbolo dei Satyricon, troneggia sul black stage. La nebbia avvolge gli strumenti e zittisce le decine di migliaia di persone in contemplazione. Il silenzio irreale viene spezzato dal riffing esplosivo di "walk the path of sorrow" che accompagna l'entrata in scena della band. Stile semplice di Satyr che sprigiona tutta la rabbia e l'energia di anni di Black Metal suonato nelle cantine attraverso il potente impianto del più grande festival Metal europeo. L'impatto è potente anche per la band stessa, che stenta a credere ai propri occhi. Ed è proprio con una sorta di timore reverenziale che Satyr al termine del primo brano ringrazia tutti, e tra un intermezzo e l'altro sente il bisogno di dichiarare tutto lo stupore, richiamando alla memoria i tempi in cui una ventina di ragazzini in Norvegia suonavano e vivevano alimentando la scena più oscura del Metal. I Satyricon, in quel preciso istante, si sono sentiti probabilmente partecipi di qualcosa che superava di molto anche le loro più segrete speranze ed hanno impresso questa emozione in ogni singola nota suonata. Passano davanti agli occhi di tutti gli anni della carriera dei norvegesi, descritti da capolavori come "Forhekset" e "the night of the triumphator". Il frontman che non t'aspetti, Satyr, s'aggrappa all'elaborata asta del Microfono sfoderando una grinta e una voce senza uguali. Lo show termina con "Hvite Krists Did", ma la tensione resta alta. Il Buio regna ancora incontrastato sul palco. un leggero movimento si percepisce ai lati dello stage, e, come in un grande e blasfemo spettacolo teatrale, Due grandi croci rovesciate di legno vengono date alle fiamme. E' arrivato il momento: il fuoco dell'inferno annuncia l'entrata in scena del leggendario singer Nocturno culto. Satyr agguanta la chitarra, per un insolito totale di 3 chitarristi di supporto ad una band Black, ma l'eclettico musicista è raggiante nella nuova veste. Inizia quindi la set list dedicata al true norvegian black metal dei DarkThrone, storica formazione ben rappresentata dal mitologico cantante. E proprio alla storia della band è dedicata la scaletta. Si parte con una eccellente "Kaatharian Life Code", per poi snocciolare le title tracks di altrettanti masterpieces. Lo show, seppur sempre troppo breve, è assolutamente coinvolgente e lascia a bocca aperta gli spettatori. Nulla di così ricco e pieno di sentimenti era stato ancora visto in questa edizione del Wacken. Ma niente a confronto di ciò che ci attende nel finale. Nocturno culto imbraccia la chitarra e Satyr ritorna al microfono. Il pubblico sa bene cosa lo aspetta, e comincia ad agitarsi ancora prima dell'inizio di quel capolavoro di orgoglio e rabbia che è Mother North. Freddo, violenza, malinconia e ira repressa, tutto concentrato in un unico pezzo che i Satyricon interpretano con diabolica sapienza, aiutati dall'urlo sguaiato di tutte le prime file. Ed è nel chorus che si raggiunge l'apice del concerto, con quel ritornello che riassume alla grande quello che i Satyricon hanno portato a Wacken e quello che Wacken ha restituito alla band: "Mother north - united we stand together we walk Phantom north - I'll be there when you hunt them down"


01. Walk The Path Of Sorrow
02. The Night Of The Triumphator
03. Angstridden
04. Filthgrinder
05. Fuel For Hatred
06. Forhekset
07. Repined Bastard Nation
08. Hvite Krists Did
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DARKTHRONE set w/ Nocturno Culto on vocals:
09. Kaatharian Life Code
10. The Hordes Of Nebulah
11. Transilvanian Hunger
12. Under A Funeral Moon
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Encore:
13. Mother North (w/ Nocturno Culto on guitar)




NOTA SUL PARTY STAGE: L'idea di allestire un palco per le band meno conosciute, dando la possibilità di partecipare ad un evento di grande portata come il Wacken, è assolutamente venerabile. Non mancano però gli inconvenienti, dovute alla concomitanza e alla sovrapposizione degli show del party stage con quelli degli altri due palchi. A livello uditivo niente di che, la potenza era bilanciata egregiamente. Questo particolare toglie però la possibilità di assistere alla presentazione di nuove band o di poter godere appieno dell'intero numero di gruppi. Per il poco che ho frequentato il party Stage, si sono distinti in modo particolare gli "After Forever", già nota band che ha dimostrato di aver molto da dire in sede live. Buono lo show solista di Kotipelto, durante il quale è stato avvistato nelle prime file il singer degli Edguy Tobias Sammet. Ottimi e divertenti gli impronunciabili Elakelaiset, fautori di cover Metal rifatte con l'inconfondibile stile Folk Huumpa. Da segnalare anche l'ottima prestazione delo Zio Tom angelripper che, accompagnato dalla band dei pompieri di wacken, ha dato spettacolo fra le 10 e le 12 di mattina del sabato, proponendo buona parte del suo repertorio di classici della bevuta in compagnia e coinvolgendo i numerosi avventori del Beer Garden, ancora intontiti dalla botta della sera precedente.
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0 00 BLOOD RED THRONE: in studio a dicembre
0 00 Party.San Open Air Festival: le prime conferme
0 00 AMON AMARTH: al 21° posto nella classifica tedesca
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